La campagna elettorale, dall’estero
Nel corso della visita negli Stati Uniti di Giorgio Napolitano, che proprio perché svolta in modo inusuale alla vigili della fine della sua presidenza sembra testimoniare il particolare rapporto di stima con Barack Obama, sono giunte congratulazioni per la scelta a suo tempo sostenuta dal presidente della Repubblica di dare vita a un governo tecnico, molto apprezzato oltreatlantico. Indicazioni persino più robuste a favore di Mario Monti sono venute, oltre che dalla stampa finanziaria anglosassone (ancora l’ultimo numero dell’Economist), dal governo tedesco per bocca del ministro dell’Economia Wolfgang Schäuble e da vari esponenti della Commissione europea.
10 AGO 20

Nel corso della visita negli Stati Uniti di Giorgio Napolitano, che proprio perché svolta in modo inusuale alla vigili della fine della sua presidenza sembra testimoniare il particolare rapporto di stima con Barack Obama, sono giunte congratulazioni per la scelta a suo tempo sostenuta dal presidente della Repubblica di dare vita a un governo tecnico, molto apprezzato oltreatlantico. Indicazioni persino più robuste a favore di Mario Monti sono venute, oltre che dalla stampa finanziaria anglosassone (ancora l’ultimo numero dell’Economist), dal governo tedesco per bocca del ministro dell’Economia Wolfgang Schäuble e da vari esponenti della Commissione europea.
L’interesse dei partner per le elezioni italiane è segno del rilievo che, nel bene e nel male, le scelte dell’Italia, terza economia continentale, hanno nel quadro di un sistema sempre più globale e interdipendente. Non c’è da stupirsi e tanto meno da scandalizzarsi per certe “interferenze”, che peraltro non sono una novità. In un bel racconto, Leonardo Sciascia rievocava l’influenza che gli “zii di Sicilia” esercitarono dall’America sulle cruciali elezioni del 1948. Si può pensare che allora, però, il mondo era diviso in blocchi e ciascuno di essi puntasse a sostenere la propria parte anche in Italia, ma che ora le cose sono cambiate, visto che non c’è più la Guerra fredda e nessuno mette in discussione il nostro sistema di alleanze. C’è invece una serie di problemi – dalla tensione valutaria globale alla stabilità europea, sui quali è comprensibile che si cerchi di influenzare l’atteggiamento italiano. Il punto, forse, non è la legittimità, quanto l’efficacia di queste pressioni esterne. Ci sono casi in cui esse sono risultate vane, forse addirittura controproducenti, come la sponsorizzazione da parte di Angela Merkel della ricandidatura all’Eliseo di Nicolas Sarkozy. Peraltro dal corale sostegno internazionale, almeno stando ai non più citabili sondaggi, Monti non sembrerebbe aver ricavato un granché, mentre l’ostracismo esibito in forme anche insolitamente aspre da quegli stessi ambienti nei confronti di Silvio Berlusconi viene indicato da alcuni come un possibile fattore di recupero di consensi. E’ difficile ovviamente valutare se e quanto le “interferenze” sulla nostra sovranità avranno peso. Va però valutato un aspetto. Mentre in passato era chiaro dove fosse la coincidenza degli interessi atlantici ed europei con quelli italiani, e paradossalmente questo rendeva più silenziosi gli appoggi esterni, oggi è lecito domandarsi se questi interessi non siano invece almeno parzialmente contrastanti. E in tal senso, l’appoggio o il non appoggio internazionale divengono più espliciti, a volte squillanti. Questo, va da sé, non vale però per Napolitano, garante non solo istituzionale dell’unità e dell’indipendenza nazionale, cioè in termini attuali di un’interdipendenza basata sulla pari dignità.